Eh si, non l’avrei mai detto, ma sono ancora qui a scrivere un post introduttivo sul tema del Growth Hacking.

Non l’avrei mai detto perché ormai sono anni che porto questo argomento in giro per l’Italia a conferenze ed eventi, che scrivo post sul mio blog e in quelli di altri, che faccio corsi in aula e online. Anni nei quali ho cercato di fare molta attenzione a non alimentare inutilmente l’hype che arrivava dall’America, ma a rimanere concentrato sulle basi di una disciplina solida e concreta. Una disciplina che è ormai abbracciata da aziende di ogni tipo: dalle piccole startup fino alle multinazionali in borsa.

E nonostante tutto, durante gli ultimi mesi sono stato coinvolto in diverse discussioni (online e offline) sul tema del Growth Hacking dove si tiravano in ballo i soliti cliché: è solo hype, è una nuova parola per indicare il marketing, è una roba solo per le startup, tra un anno scomparirà tutto… e chi più ne ha più ne metta.

Ecco perché quando il mio amico Jacopo mi ha chiesto di scrivere un guest post su questo tema ho colto l’occasione al volo e ho pensato di fare chiarezza cercando, questa volta, di semplificare ulteriormente la questione.

Il modo più semplice per descrivere il Growth Hacking è come l’intersezione di marketing digitale, product development e data analysis. Quindi la prima cosa da chiarire è che il Growth Hacking non è solo marketing, ma l’insieme di diverse discipline/materie preesistenti.

Ogni paragone con il Marketing è quindi forzato e riduttivo perché il marketing è solo uno degli “elementi” che il Growth Hacking utilizza nella sua cassetta degli attrezzi. Sono due attività diverse, con obiettivi diversi e che intervengono in fasi diverse!

Detto questo, proviamo quindi a scendere nel dettaglio di cosa è concretamente, quali obiettivi si pone e che attività ha al suo interno.

Il Growth Hacking altro non è che un processo di sperimentazione costante e veloce per cercare il modo migliore di far crescere un business. Le parole chiave qui sono sperimentazione e crescere.

Il Growth Hacking ha come obiettivo unico la crescita di un business e per raggiungerla effettua un esperimento dietro l’altro seguendo un processo ben definito. Quindi, ancora una volta ripeto, sfatando un po’ di miti, che chi fa questo lavoro non ha nessuna formula magica, non è un mago della viralità e non conosce segreti e trucchi per fare acquisizione a costo zero.

Aspetta, lo ripeto di nuovo: non chiedete al Growth Hacker di fare miracoli perché non ne è in grado. Anzi, mi permetto di scomodare il caro vecchio Socrate e dico che tutto parte dalla consapevolezza di non sapere un bel nulla e di dover testare qualsiasi cosa.

Tutto e sempre.

Eh si, perché è proprio lì la differenza tra chi fa Growth Hacking in maniera strutturata e chi fa, ogni tanto fa qualche test in modo quasi casuale sui propri canali digitali.

Il Growth Hacking segue una metodologia dalla A alla Z durante tutto il processo di sperimentazione facendo affidamento a tutta una serie di framework nati nella recente letteratura dell’ambiente startup: metriche da pirata, lean startup, customer development, bullseye framework, business model canvas, hook model, javelin board e tanti altri. Allo stesso modo utilizza dei metodi ben precisi per definire gli esperimenti, per prioritizzarli, per svolgerli, per analizzare i risultati e così via.

Cosa c’è in questi esperimenti?

C’è di tutto! Come ho detto all’inizio di questo post, se serve l’intervento del marketing allora si faranno esperimenti su canali di marketing, ma se così non fosse allora si faranno esperimenti sul prodotto.

Anzi, nella quotidianità, soprattutto se parliamo di startup o di progetti appena nati, si lavora al 90% sul prodotto! Si lavora su concetti come validare l’idea, verificare il problem-solution fit, impostare un processo di customer development, raggiungere il product-market fit, rivedere da capo la UX e così via. Attività che hanno ben poco a che vedere col marketing (nel senso stretto del termine), ma che hanno un impatto enorme sul prodotto e quindi, di conseguenza, sul business.

Uno degli errori che viene commesso più spesso dalle startup (e, in generale, dalle aziende giovani) è proprio quello di concentrarsi sull’acquisizione prima di aver raggiungo il product-market fit. Ed è proprio lì che il Growth Hacking può aiutare tantissimo!

In che modo? Con i dati, il cuore di questa metodologia! Hard data e soft data, analisi quantitative e analisi qualitative. Il Growth Hacker prende decisioni esclusivamente basate sui dati e per far ciò raccoglie informazioni di continuo, in qualsiasi stadio di sviluppo si trovi l’azienda.

Growth Hacker
Growth Hacker. Mindset e strumenti per far crescere il tuo business.

Nel mio libro “Growth Hacker – Mindset e strumenti per far crescere il tuo business” ho dato uno spazio enorme proprio al tema dei dati. In Italia siamo decisamente indietro da questo punto di vista e pochi imprenditori ne hanno capito l’importanza. È facile dire “dati” ma la verità è che bisogna sapere quali dati raccogliere, come interpretarli e quali decisioni prendere in base ad essi.

Quindi, andando a concludere, ti consiglio di lasciar perdere i post con i titoloni acchiappa click come “5 strategie di Growth Hacking da usare comodamente dalla tua cameretta” o “Ecco come il Growth Hacking mi ha fatto diventare ricco in 13 ore”. Il Growth Hacking non è niente di tutto questo, è un approccio che richiede tempo, che entra in profondità nel business, che prende l’imprenditore per mano e lo accompagna dai primi step sul mercato fino a quando c’è la necessità di scalare.

Perché, come ha detto il famoso Ryan Holiday: “Il Growth Hacker non vede il marketing come qualcosa da fare ad un certo punto, ma come qualcosa presente nel prodotto fin dall’inizio”.

Se chiariamo questo, il grosso del lavoro è fatto!

Scritto da duplikey

Digital Entrepreneur. Growth Hacker. Startup Mentor. Blogger.

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